La storia di
Paola
Il lavoro negato e il
mobbing
Accade nel terzo
millennio, comportamenti vessatori nei confronti dei lavoratori,
nonostante i tanti processi di civilizzazione del mondo
produttivo, continuano in maniera costante e becera. Paola, ha
perso il posto di lavoro e ci ha raccontato la sua, incredibile,
vicenda lavorativa in una cooperativa sociale:
“Da circa 5 anni lavoro per una importante cooperativa di Torino
come OSS domiciliare. Tutto è sempre andato molto bene, ma circa
1 anno fa, durante un mio servizio, sono stata aggredita,
insultata e sequestrata in casa dal figlio di una mia assistita,
ovviamente mi sono molto spaventata e ho riferito l'accaduto
alla dirigenza della cooperativa che non mi ha tutelata ne
appoggiata, ma io sono andata vanti, ho cercato di superare da
sola.
Ovviamente l'assistenza
domiciliare, quella che facevo io, ti portava anche a dover
affrontare situazioni difficili, ma dopo circa un mese
dall'accaduto, la cooperativa mi assegna un caso di una persona
anziana convivente con un figlio psichiatrico, in passato si
andata in due in questi casi, io ancora spaventata da quello che
mi era successo, mi sono rifiutata di andare da sola da questa
utente e ho chiesto di poter andare con una collega. La
cooperativa si è opposta e mi hanno fatto una contestazione ed
io, appoggiata dal sindacato, ho superato anche questo scoglio,
e la contestazione mi è stata cancellata poiché immotivata.
Questa mia determinazione nel pretendere i miei diritti, ha
suscitato nella cooperativa la volontà di farmela “pagare” e, da
quel momento, è iniziato il “delirio”.
Quella che era la mia responsabile ha cominciato a fare del vero
e proprio boicottaggio; mi dava, con maniere poco educate, dei
compiti che non mi spettavano, mi faceva compiere lavori al di
sotto di quelle che sono le mie competenze; io ho sopportato
tutto, ma ad un certo punto sono insorti problemi di salute; non
potevo salire le scale per problemi al menisco e, lei mi dava
tutti utenti al quarto o quinto piano in abitazioni senza
ascensore; non potevo sollevare pesi ( a causa di un'operazione
invalidante subita sei anni or sono). E lei mi dava i casi più
“pesanti”...
Visto che con le buone maniere non ricavavo niente, mi sono
rivolta alla medicina del lavoro, che mi ha dichiarata idonea
con limitazioni, quindi potevo rimanere al domiciliare
selezionando il lavoro. A questo punto la cooperativa ha
ritenuto opportuno di dovermi ancora punire spostandomi di
servizio da un giorno all'altro inviandomi presso una comunità
di psichiatrici (nota che i miei problemi erano nati proprio per
la mia paura di queste persone, quindi chiaramente era un altro
dispetto).
Con l'aiuto del sindacato e del loro avvocato, abbiamo cercato
di raggiungere una conciliazione, ma loro si sono negati.
Sono, allora, tornata alla medicina del lavoro e questa volta la
dottoressa, visto la mia condizione (nel frattempo sono stata
molto male, ho avuto attacchi di panico, crisi di asma, mi sono
dovuta rivolgere ad un neurologo) mi ha aumentato le limitazioni
aggiungendo che non posso lavorare di notte e tanto meno con i
soggetti psichiatrici.
La risposta finale a tutto questo è arrivata il 1 febbraio u.s.
dopo un anno di tormenti; la cooperativa mi chiama e mi
comunica: "Sei licenziata, perché visti i tuoi problemi di
salute, qui non c'è posto per te!".
E' una cosa insopportabile, vergognosa, inaccettabile!".
Fin qui il testo della missiva di Paola. In un periodo come
quello che sta vivendo la nostra nazione, legato ad una crisi
lavorativa di eccezionale gravità, e di un mondo del lavoro
condizionato dal precariato, questa storia lascia “l’amaro in
bocca” e fa riflettere sulle vessazioni continue che devono
subire i lavoratori che, spesso, sono penalizzati dalle loro
situazioni di salute e familiari. La storia di Paola, purtroppo,
è comune a tante altre storie che sono presenti nel nostro Paese
e che, spesso e volentieri, cadono nel dimenticatoio e
comportano l’avvilimento di chi vorrebbe, semplicemente,
lavorare in maniera onesta e serena.
Luigi La
Monaca